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Cassazione: no al licenziamento, se il dipendente non viene informato dei controlli

La Corte Suprema ha rigettato il ricorso di un’azienda che aveva licenziato una dipendente perché nella chat aziendale aveva rivolto delle offese a un superiore e ad alcune colleghe.

Il contenuto della chat aziendale non può essere utilizzato a fini disciplinari, se il dipendente non viene informato dell’effettuazione dei controlli da parte dell’azienda. Con la sentenza n. 25731/2021, la Cassazione ha negato il licenziamento di una lavoratrice che nella chat aziendale ha sparlato di un superiore e di alcune colleghe. L’azienda, quando ha scoperto la conversazione, ha effettuato alcuni controlli successivi e licenziato la dipendente. Tuttavia, secondo la Corte Suprema, ai fini dell’utilizzabilità delle informazioni in sede di giudizio, è necessario comunicare ai dipendenti l’effettuazione dei controlli. Mentre, nel caso di specie, le verifiche erano state comunicate soltanto a cose fatte.

La vicenda

Stando a quanto accaduto, una dipendente, nel corso di una conversazione privata sulla chat aziendale, si era sfogata in modo un po’ troppo colorito riguardo un superiore e alcune colleghe. Il fatto è stato scoperto casualmente, ossia nel corso di un accesso tecnico finalizzato a salvare dei dati in vista della sostituzione della chat con una mail. Successivamente, l’azienda aveva effettuato ulteriori accertamenti, trasformando le verifiche tecniche in controlli difensivi, in considerazione delle frasi offensive e del disvalore della condotta della dipendente. Tale passaggio rendeva utilizzabili le informazioni acquisite, in deroga alle regole stabilite dall’articolo 4 della legge 300/1970.

La sentenza della Cassazione

La Corte Suprema ha smontato la tesi dell’azienda su più punti. Innanzitutto, il risultato dei controlli di natura tecnica può essere utilizzato per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, compresi quelli disciplinari, solo a condizione che sia stata data al dipendente adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli, nel rispetto di quanto disposto dal D.Lgs. 196/2003. In assenza di tale comunicazione, il licenziamento della lavoratrice è da considerarsi illegittimo. In secondo luogo, per quanto riguarda i controlli difensivi, gli ermellini hanno sottolineato che essi si applicano in caso di inadempienze professionali o per proteggere i beni aziendali. Infine, nonostante il contenuto di natura offensiva, la conversazione era destinata ad un unico interlocutore, motivo per cui rientra nella libera manifestazione di pensiero.