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Privacy, no della Cassazione alla risarcibilità del danno

Di recente, la Corte Suprema ha rigettato la richiesta di risarcimento danni da parte di un ricorrente per violazione delle norme sulla Privacy.

Non tutti i danni derivanti dalla violazione delle norme sulla Privacy sono risarcibili. È questa la linea dettata dalla Corte di Cassazione circa il risarcimento del danno dovuto dalla violazione delle norme in materia di protezione dei dati personali. Infatti, con la sentenza n.16402 del 10 giugno scorso, gli ermellini hanno rigettato la richiesta di risarcimento economico da parte di un ricorrente, poiché il danno, di natura non patrimoniale, era da considerarsi “minore”. In sostanza, ai fini del risarcimento, la mera violazione dei diritti dell’interessato non è sufficiente. Il danneggiato è chiamato a dimostrare la gravità della stessa, ossia l’entità dei danni subiti.

La distinzione tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale

La decisione della Cassazione ha origine nella distinzione tra danno materiale e danno immateriale. Difficilmente, infatti, i comportamenti in contrasto con quanto stabilito dalla normativa europea sulla Privacy causano un danno materiale. Nella maggior parte dei casi, le suddette violazioni, non hanno un impatto diretto sulla sfera patrimoniale del danneggiato. Bensì, si ripercuotono sulla sfera psicologica e sociale, causando ripercussioni emotive e reputazionali. Si tratta quindi di danni immateriali, che non influiscono sul patrimonio dell’interessato. In questo senso, la Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui “il danno non patrimoniale risarcibile, derivante dalla violazione della normativa in materia di protezione dei dati personali, non può sottrarsi alla verifica della gravità della lesione e della serietà del danno”.

La sentenza di aprile

Secondo quanto stabilito dai giudici, “la semplice violazione delle prescrizioni in materia di protezione dei dati personali non può, di per sé sola, determinare la lesione ingiustificabile del diritto, ma è necessario che la condotta offenda in maniera sensibile la portata del diritto stesso”. In tal senso, il danneggiato deve provare, anche attraverso presunzioni, che la lesione sia seria e grave. A detta di ciò, ad aprile la Cassazione aveva emesso una sentenza dall’esito opposto. Gli ermellini avevano confermato la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale derivante da una violazione della Privacy. La decisione sembra contrastare con quanto detto in precedenza, tuttavia la scelta è stata effettuata in considerazione del fatto che “vi era stata un’accurata verifica da parte del Tribunale della gravità della lesione e della serietà del danno che ne era derivato”.